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03/08/2010
Buone vacanze

Nell’augurarvi buone vacanze, colgo l’occasione per ricordarvi un appuntamento che la Fondazione UniVerde - Osservatorio sul solare sta organizzando per il 9 settembre alla Nuova fiera di Roma. Si tratta di un convegno sul tema: “Solare, Agricoltura e Territorio: opportunità e precauzioni” di cui allego il programma:
Apre i lavori: Alfonso Pecoraro Scanio – Presidente della Fondazione UniVerde
Relazione introduttiva: Vincenzo Naso – Direttore del CIRPS (Sapienza, Università di Roma)
Modera: Elisabetta Guidobaldi – Giornalista Agenzia ANSA
Intervengono: Livio De Santoli – Preside della Facoltà di Architettura (Sapienza, Università di Roma) Andrea Fontana – Amministratore Delegato di Fotowatio Renewable Ventures Italia Stefano Leoni – Presidente Wwf Italia Stefano Masini – Responsabile Ambiente della Coldiretti Fabio Patti – Sales Manager della Yingli Solar Italia Sara Romano – Direttore Generale del Ministero dello Sviluppo Economico Paolo Russo – Presidente Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati Ottaviano Sanseverino - Partner Studio Legale Gianni, Origoni, Grippo & Partners
Mi scuso con quanti non siano riusciti in questi giorni a commentare i miei post, ma sto aggiornando il sito e a settembre lancerò una nuova versione del blog, più efficace per mantenermi in contatto con tutti voi che mi seguite. Buone vacanze e vi aspetto il 9 settembre alla Nuova Fiera di Roma.
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31/07/2010
La difesa del patrimonio forestale
 Ringrazio tutti quelli che hanno mostrato interesse per il convegno che la Fondazione UniVerde, di cui sono Presidente, ha organizzato il 27 luglio su “La difesa del patrimonio forestale a 10 anni dal decreto-legge 4 agosto 2000 n. 220, che ha introdotto il reato di incendio boschivo nel Codice Penale”, e hanno elogiato gli importanti risultati ottenuti, in tutti questi anni, con l’approvazione di questa necessaria norma antincendi.
Il 4 agosto 2000, infatti, quando ero ministro delle Politiche Agricole e Forestali e il Governo era presieduto dall’On. Giuliano Amato, approvai il decreto-legge n. 220 che ha introdotto l’articolo 423-bis (Incendio boschivo) nel Codice Penale:
"Art. 423-bis (Incendio boschivo). - Chiunque cagiona un incendio su boschi, selve o foreste ovvero su vivai forestali destinati al rimboschimento, propri o altrui, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni. - Se l'incendio di cui al primo comma è cagionato per colpa, la pena è della reclusione da uno a cinque anni. - Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate se dall'incendio deriva pericolo per edifici o danno su aree protette. - Le pene previste dal primo e dal secondo comma sono aumentate della metà, se dall'incendio deriva un danno grave, esteso e persistente all'ambiente."
Lo stesso anno, con decreto ministeriale del 10 agosto 2000 feci istituire il Nucleo Investigativo Antincendio Boschivi (N.I.A.B.) del Corpo Forestale.
Vi ricordo che al convegno hanno partecipato:
Giuliano Amato - Presidente dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Cesare Patrone - Capo del Corpo Forestale dello Stato Sergio Marini - Presidente della Coldiretti Alfio Pini - Capo del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco Rosario Messina - Presidente di Federlegno Arredo, che ha illustrato i progetti di restauro e manutenzione nel bosco nella prevenzione degli incendi boschivi Giuseppe Miliano - Sostituto Procuratore di Latina, che è intervenuto sul reato di incendio boschivo nel sistema penale italiano, art. 423-bis C.P.: efficacia della pena e applicabilità nei casi di ordigno incendiario Alfonso Cavezzini – Vice Presidente del Consorzio Regionale Toscana Verde, che ha discusso sulle potenzialità occupazionali nella tutela del patrimonio boschivo e del territorio. L’esperienza delle cooperative agro-forestali della Toscana Giuseppe Vadalà - Dirigente del Corpo Forestale dello Stato, che ha parlato del Nucleo Investigativo Antincendio Boschivi (N.I.A.B.): indagini e conoscenza del fenomeno
Il mio impegno non si ferma qui, continuerò con la Fondazione Univerde e con la mia attività all'Università a difendere le risorse boschive del nostro Paese.
Postato alle 00:00:00 del 31/07/2010 | Ambiente | Commenti (0) | Rispondi
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19/07/2010
SOLARE E RINNOVABILI BATTONO PETROLIO e NUCLEARE
VI SEGNALO QUESTA NOTIZIA:Rinnovabili, rapporto: vicino primato mondiale per capacità annua
16 luglio 2010 - Nel 2009, per il secondo anno di fila, sia negli Stati Uniti sia in Europa le fonti rinnovabili hanno superato le fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio e gas) e il nucleare in termini di capacità installata. E al più tardi tra un anno potrebbero superare le altri fonti in tutto il mondo. La conferma dell’ottima annata arriva oggi da un rapporto congiunto presentato oggi dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e dal Renewable Energy Policy Network for the 21st Century (Ren21).
La percentuale di nuova capacità installata nel 2009 ascrivibile alle fonti rinnovabili ha superato il 60 per cento in Europa (come del resto evidenzia un recente rapporto della Commissione europea) e più del 50 per cento negli Stati Uniti. Lievemente in calo (- 7 per cento) a causa della crisi economica gli investimenti in energia pulita (fonti rinnovabili, biocombustibili ed efficienza energetica), che si sono attestati intorno a circa 162 miliardi di dollari. Il rapporto rileva, tuttavia, che se si considerano anche la spesa in pannelli solari per la produzione di acqua calda e i costi di installazione degli impianti fv su tetto anche il 2009 diventa un anno di crescita per gli investimenti. Mentre considerando i singoli comparti va segnalato l’anno record dell’eolico.
In questo contesto, spicca la performance della Cina che l’anno scorso, ha incrementato la propria capacità a fonti rinnovabili di 37 GW, più di ogni altro paese. La Repubblica popolare è prima anche per investimenti e fa registrare il sorpasso agli Stati Uniti per volume di soldi spesi (tra investitori pubblici e privati) nelle energie pulite.
A livello globale, sono stati aggiunti in totale circa 80 GW, di cui 31 GW idroelettrico, 38 GW eolici e 7 GW fotovoltaico e il resto da altre fonti rinnovabili. Il rapporti sottolineano infine che i paesi con politiche di promozione delle energie rinnovabili sono raddoppiati nel 2009, passando da 55 nel 2005 a più di 100 oggi, metà dei quali in via di sviluppo. Tirando le somme, l’elettricità da fonti rinnovabili ha rappresentato il 25 per cento del totale (1.230 GW). Il 18 per cento per quanto riguarda la produzione complessiva di energia.
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19/07/2010
1.400.OOO FIRME PER L'ACQUA BENE COMUNE
 Stamane alle 9.30 ero in piazza Navona dove ho potuto abbracciare Alez Zanotelli e tanti altri amici della campagna per i tre refendum contro la privatizzazione dell'acqua. Ero con Maurizio Montalto che,per la fondazione Univerde ,segue i ricorsi contro la privatizzazione. La Fondazione Univerde ,che presiedo,ha aderito da subito a questa campagna ed io ho anche personalmente raccolto le firme a Napoli. E il grande risultato raggiunto,senza l'adesione di partiti o grandi mezzi di comunicazione,è davvero la conferma del sostegno trasversale dell'opinione pubblica a questa impresa coraggiosa. Ricordo quando,da ministro dell'Ambiente,concordammo proprio con Alex nel mio ufficio una circolare, che io poi emanai,per invertire la corsa alla privatizzazione.Ottenemmo dei risultati ma non abbastanza. Ecco perchè i referendum,intervenendo sulla legge,sono l'occasione per rilanciare la sfida di un settore 'pubblico'che si dimostri efficiente e non un carrozzone. Impegniamoci per raggiungere i prossimi tre traguardi:esame positivodella Cassazione;Si della Corte Costituzionale;raggiungimento del quorum e successo dei Si al referendum del 2011.
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07/07/2010
Difendere l'agricoltura di qualità significa difendere il nostro futuro
 Vi segnalo questo articolo pubblicato su la Repubblica .... che condivido qui con voi: Quei nove centesimi nelle tasche dei contadiniCrollano i prezzi (nove centesimi per un chilo di carote) e le aziende del settore sono sempre più in perdita. Ecco perché serve un nuovo patto tra consumatori e addetti di CARLO PETRINIChe cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all'ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura? Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato tra i 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent'anni fa, quando ne costava 25. Solo nell'ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. E nel mezzo c'è stata l'inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell'89 alle attuali 43 mila circa. Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso. Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all'ingrosso sono diminuiti rispetto all'anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l'uva e il trend quest'anno non sembra migliorare, anzi. Una volta i contadini dicevano che il riso era l'unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell'ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30. Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l'incredibile ricarico del 1100 per cento. Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro. E' pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un'evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro "adattarci localmente". Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l'idea che si possa produrre cibo senza contadini. Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione. Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d'Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l'andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. L'altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. "Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi" mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì. Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c'è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture "moderne" e "competitive" saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne. I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come "poesia" la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. Senza contadini sparirà anche il "made in Italy" agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti. I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest'oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. Se "mangiare è un atto agricolo" - e dobbiamo prenderne tutti coscienza - anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l'agricoltura, s'instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire. Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri "compagni" la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l'informazione, la tracciabilità dei prodotti, l'educazione alimentare, sostenere l'agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l'unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi. Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni "possibiliste" dei consumatori ("Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via") mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d'inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d'inverno. Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché "mangiare è un atto agricolo", allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell'ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose. Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all'opposizione. Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un'agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. E' un rinascimento che parte dall'agricoltura ma non è soltanto agricolo. E' di vera civiltà.
Postato alle 00:00:00 del 07/07/2010 | Ambiente | Commenti (2) | Rispondi
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